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Mario Draghi taglia le stime sull’inflazione ma non i dubbi

Draghi taglia le stime sull'inflazione ma non i dubbi


Il comunicato ufficiale della compagnia monetaria della BCE non si appresta a cambiare le cose. Ogni possibile riferimento ai tassi del futuro in diminuzione, come spiegato da governatore Mario Draghi, sembrano essersi volatizzati nel nulla.

Lo stesso Draghi ha dichiarato, durante la conferenza stampa di poche ore fa, l’importanza di un abbassamento dei tassi che non andrebbe a incidere sulla deflazione Eurozona nonostante una inflazione “core”, ovvero a bassi livelli.

Sempre dalle parole del governatore emerge la speranza di un possibile target futuro in salita del 2%  fissato dalla BCE, lo stesso a cui Francoforte volge per la sue decisioni monetarie.

Le azioni di una banca centrale si rivelerebbero inefficaci se non posassero le proprie fondamenta sulla credibilità del mercato stesso. Secondo le nuove proiezioni macroeconomiche della BCE persino nel 2019 non si riuscirà a risalire al tanto ambito 2%.

Il punto d’arrivo di questo 2017 in corso è invece fissato all’1,5% con un dato in discesa all’1,3% previsto per il 2018, per aumentare poi all’1,6% da qui a due anni.

La stabilità dei prezzi prevista dal nuovo statuto si preavvisa mancata nuovamente fino al 2019, raggiungendo il settimo anno consecutivo, minando la credibilità della BCE.



Il governatore Mario Draghi si trova attualmente in una fase di rischio che lo vede al termine del suo mandato nel prossimo futuro 2019, causa l’inefficienza del suo mandato. La stessa BCE ha ammesso che ogni possibile svolta resterà invariata sino al momento del termine della carica di Draghi.

Le cose potrebbero dunque cambiare e migliorare con un successore tedesco a Mario Draghi? Secondo il parere della BCE questa sembra l’unica possibile concreta possibilità. Il nuovo governatore dovrebbe seguire una politica monetaria meno accomodante, incentrata su un tasso di inflazione minore.

Fattori come l’invecchiamento della popolazione e l’avanzare tecnologico dovrebbero concorrere concorrere ad una crescita dei prezzi più debole rispetto al passato.

Lo stesso futuro non interessa le economie deglii USA, della Scandinavia, del Giappone e della Svizzera che, sotto qualunque successore governativo, non ricondurrebbe a un fallimento diretto della BCE, ma a un controllo sfuggente del trend delle banche centrali.

Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, ha invitato i banchieri a comportarsi contrariamente, aumentando il target d’inflazione al fine di convincere i mercati a sostenere i prezzi.

Ma se a tagliare il target fosse solamente la BCE, si presume che l’Eurozona possa ritrovarsi così in una politica monetaria più restrittiva che ne rafforzerebbe il cambio sfociando però in una deflazione perenne. Di questo, forse, se ne parlerà ancora in futuro in maniera seria, attraverso la lingua tedesca.